Si fa un gran parlare della green economy, del green new deal, di tutto ciò che possiamo fare per rendere il nostro pianeta sostenibile e garantire, così, la sopravvivenza della razza umana. A livello governativo e sovranazionale si discute soprattutto di obiettivi, investimenti e regole, ma l’aspetto più interessante della questione, che spesso non gode della giusta rilevanza è definire quale società dovrà essere il risultato di questo enorme processo di cambiamento. Sul tema, la scarsità di prospettiva temporale e la povertà ideologica dei governi (mi riferisco soprattutto alle democrazie occidentali) lascia una assoluta vaghezza nella definizione di quello che sarà il nostro domani. Perché “ridurre le emissioni” può essere un obiettivo nobile, se non indispensabile, ma a seconda di come lo programmiamo, dipenderà la vita degli individui e delle società nei prossimi 30, 50 o 100 anni. 

 

E’ innegabile che l’essere umano, per il solo fatto di vivere, produce emissioni; è innegabile che la popolazione umana ha raggiunto dimensioni considerevoli, è innegabile che lo stile di vita di “benessere” raggiunto da larghe fasce della popolazione umana ha un prezzo elevato sul piano della sostenibilità, è innegabile che a questo livello di benessere aspirino (legittimamente) sempre più individui. Su quale di questi fattori dovremmo intervenire, per garantire la sopravvivenza collettiva? E’ una scelta di natura soprattutto politica. 

Per rispondere alla domanda non dobbiamo dimenticare un fattore essenziale, che può cambiare completamente le carte in tavola. Questo fattore si chiama “tecnologia”. 

Spesso nella storia il progresso scientifico comunque inteso ha determinato un effetto moltiplicatore imprevedibile su elementi statici. Possiamo quindi augurarci e sperare che le tecnologie di oggi e di domani ci permettano di procedere nel progresso umano, inteso come uno stato di benessere sempre più evoluto e diffuso, al tempo stesso riducendo e rendendo “sostenibile” l’impatto che le nostre vite hanno sulla salute del nostro pianeta. 

 

L’investimento massiccio in ricerca e tecnologia salverà dunque il nostro pianeta e, insieme, il progresso umano? A voler essere ottimisti, sì. Ma non illudiamoci che questo possa avvenire senza radicali cambiamenti nei nostri stili di vita. Se le risorse sono limitate (e lo sono), per raggiungere l’obiettivo sarà essenziale ridurre quanto più possibile ed in modo continuativo ogni spreco di risorse. Da un lato le innovazioni scientifiche ci aiuteranno a realizzare “macchine” (in senso più che ampio) sempre meno energivore e sempre più efficienti. Dall’altro, sembra indispensabile una forte innovazione sociale, orientata a ridurre gli sprechi di risorse attraverso il loro utilizzo coordinato e condiviso. Gli oggetti materiali come gli immobili, i mezzi di trasporto, ed ogni oggetto utile al nostro vivere, ma anche l’aria, l’acqua, il suolo, il cibo, il tempo, la conoscenza sono elementi che, gestiti individualmente e senza condivisione delle informazioni, possono generare un’infinità di sprechi. Viceversa, la disponibilità di un alto numero di informazioni sull’utilizzo delle risorse e la loro raccolta, organizzazione ed elaborazione può restituire agli individui ed alla collettività un nettissimo miglioramento del rapporto tra la qualità della vita ed il consumo di risorse.  

 

Tuttavia, a fronte di questa scelta, che appare necessaria, non si può nascondere la grave minaccia rappresentata dal controllo di massa che un’economia pianificata delle risorse rappresenta nei confronti delle libertà e dei diritti (anche costituzionali) degli individui e della collettività. Che l’organizzazione dei dati sia in mano pubblica o in mano privata, poco cambia: la concentrazione delle informazioni assicura a chi ne dispone, la possibilità di controllare, sanzionare, influenzare, dominare, anche in modo massivo, i soggetti e le società a cui i dati si riferiscono. 

La soluzione non può essere data dalla concentrazione delle informazioni e dalla pianificazione centralizzata (quello che forse potremmo chiamare “modello cinese”)  ma va ricercata, coerentemente ai principi dell’economia di mercato, nello stimolo dell’iniziativa imprenditoriale diffusa e la creazione di un contesto normativo che favorisca al massimo la circolazione dei dati. Non una circolazione indiscriminata, ma una circolazione che l’individuo (il data subject, o interessato, in termini legali) sia in grado di controllare e determinare. Se ogni individuo potesse disporre, in modo strutturato, organizzato ed intercambiabile dei dati che lo riguardano, di tempo in tempo raccolti dai più diversi operatori pubblici e privati, e potesse agilmente condividere i dati stessi (in tutto o in parte) con nuovi operatori economici, in grado di allocare le risorse su base di criteri di economicità e sostenibilità, potremmo raggiungere l’obiettivo di un utilizzo parsimonioso delle risorse senza compromessi rispetto alla qualità della vita. 

 

Questa soluzione esiste già, e si chiama “portabilità”. Un concetto già normato dal GDPR e, ancor prima, da alcune normative di settore (banche, telefonia, ecc.) , ma le cui potenzialità sono ancora enormemente sottostimate.  Un’estensione del concetto giuridico e degli ambiti di applicazione della portabilità, l’individuazione di linguaggi standardizzati e (non ultima) la diffusione di consapevolezza / cultura sul tema possono rendere la portabilità la vera chiave democratica della green economy